Abril K. Muvumbi

Nella costruzione dell’identità e nel rafforzamento di essa è facile incontrare delle avversità o avere dei dubbi “Sono solo io ad aver passato questo?” “Riuscirò a realizzare il mio sogno nel cassetto?”  Ed è utile sapere dell’esistenza di esperienze simili alla propria o di strumenti che abbiano contribuito concretamente…

Ecco la storia di Abril una donna nera, intraprendente e fiera…

Potresti presentarti…quali sono gli elementi che ti caratterizzano?

Sono Abril, ho 22 anni, abito vicino ad Imola e sono originaria delle Repubblica Democratica del Congo e dello Zambia. Recentemente mi sono laureata in Scienze Internazionali e Diplomatiche ed ero affascinata dall’ipotesi di fare un’esperienza all’estero, ma per ora sono qui e mi dedico a ciò che mi piace fare: la politica, una passione che mi ha trasmesso mio padre. 

Mi ritengo una persona molto particolare, ho molta autostima, estroversa, ma all’inizio un po’ timida. Devo ammettere di avere molta sicurezza nei mie confronti, rispetto magari ad altre ragazze, anche riguardo l’aspetto fisico, mi sono sempre vista bene, mi è sempre piaciuto il fatto di essere diversa dagli altri, quando poi alle elementari ho scoperto il termine “anticonformista” mi definivo così per il semplice fatto di essere diversa. 

La mia famiglia mi ha sempre fatto intendere che non devo limitare la mia ambizione, posso diventare chiunque qui o ovunque nel mondo, spiegandomi che loro sono venuti in Italia per avere una vita migliore e che poi la scelta di dove condurre la mia vita resterà a me. Inoltre, hanno sempre fatto in modo di ricordarmi da dove vengo attraverso la storia per esempio.  I miei genitori mi hanno sempre fatto intendere che il mondo è così, ma che le cose si possono cambiare, essendo forti e senza dimenticare le proprie origini. Mio padre ha alimentato la mia passione per la politica fin da piccola, mi ha sempre raccontato moltissime storie ed il primo DVD che ho guardato è stato il film di Spike Lee dedicato a Malcom X.

Ho uno stretto legame con l’Africa. Da piccola andavo spesso in vacanza sia in RDC che in Zambia ed ho anche imparato lo Swahili da sola per cercare di comunicare soprattutto con gli altri bambini. 

Vorrei che tu mi raccontassi del tuo percorso identitario, come ti sei sentita nella tua infanzia, adolescenza e come ti percepisci ora… 

Quando ero piccola mi definivo italiana di origine africana nonostante non avessi la cittadinanza, a me è andata sempre bene aver questa tripla identità, mi faceva sentire unica, fino a quando la società mi ha cominciato ad imporre di decidere una delle parti.

Ho preso la cittadinanza a 13 anni. Diversamente da molti altri ragazzi, io inizialmente non la volevo perché sapevo che avrei perso quella congolese (dato che il Congo non ammette la doppia cittadinanza) e questo mi avrebbe tolto un certo legame con il mio paese d’origine. Alla fine, io mi sentivo già italiana. L’ho presa e me sono fatta una ragione. Nonostante questo, la società mi chiedeva di scegliere, per esempio quando ero in Congo mi chiamavano Musungu (bianco).

In Italia ho subito veramente poco razzismo. Percepisco la gente razzista da come mi guarda, ma non è un razzismo violento negli atti perché forse le persone qui sono consapevoli del fatto che qualcuno dirà qualcosa. È probabile che questa mancanza di atti e parole violente mi abbia più che fortificata e so di altri ragazzi afrodiscendenti cresciuti in Emilia-Romagna, che hanno vissuto abbastanza tranquillamente esattamente come me. Ma in ogni caso, ho sempre avuto un’ alta autostima e il fatto di conoscere bene le mie origini fin da piccola mi ha permesso comunque di farmi scivolare facilmente certe cose perché non le sentivo. Sono sempre riuscita a dimostrare le mie capacità e a farmi giudicare su queste, invece che altro. 

La mia piccola crisi identitaria ha realmente preso forma tra la quarta e la quinta superiore. Appassionata di storia e filosofia,  non mi andava giù il fatto che non ci fossero storie di filosofi africani, c’erano filosofi asiatici e non africani, e mi chiedevo se ci fosse qualcun altro. Ho deciso così di non limitarmi a studiare solo gli argomenti del programma scolastico, e mi sono fatta prestare altri libri da un amico di mio padre sul panafricanismo, e molti erano in particolare libri di Cheikh Anta Diop.

In questo percorso un libro che mi ha completamente cambiato la vita è stato “L’ambigua avventura” di Cheikh Hamidou Kane subito dopo ho deciso di aprire un blog “L’albero di Mango” ed ho scritto molte poesie sull’identità.

Ero arrivata al punto di voler “tornare” in Africa definitivamente. Mi sono anche rasata i capelli e ho cominciato a portare i miei capelli al naturale. Lo stesso anno dopo la maturità sono andata in Zambia, ci sono stata un mese e mi sono resa conto di non essere SOLO africana, non potevo nasconderlo. Ho realizzato d’aver bisogno anche della mia parte europea. Questo viaggio tra l’altro è stato diverso: poco turismo, ho vissuto realmente come vivono loro a casa di mia nonna.

Bello e divertente all’inizio, ma mi mancava casa, l’Italia.  

Ho preso atto del fatto di essere anche europea e che potevo dedicarmi benissimo a tutte le parti a cui appartengo senza dover per forza scegliere.

Quali sono le realtà oggettive e/o le persone che ti hanno aiutato in questo processo? 

Il viaggio descritto prima, i miei genitori e tantissimi libri fra cui “L’ambigua avventura” che consiglio a chiunque abbia avuto problemi simili ai miei: parla di un ragazzo cresciuto in Senegal poi trasferitosi in Francia che ha avuto una crisi pensando anche ai suoi antenati. La mia parte preferita è quando dice “A lungo, nella notte, la sua voce fu quella degli avi, fantasmi senza da lui stesso evocati. Con loro, pianse la loro morte; ma anche, e a lungo, loro cantarono la sua nascita”. Questa parte la lessi durante una lezione di francese che non stavo minimamente ascoltando. Piansi molto. Inoltre, ha avuto un ruolo importante anche “Il Crollo” di Chinua Achebe, entrambi, incarnano bene a cosa può portare una crisi.   In quanto afro- europei in effetti, credo che il problema dalla parte degli africani è che veniamo considerati un po’ come dei traditori e non è totalmente accettabile il fatto che ci si possa sentire europei per via del periodo coloniale. Credo che parte delle nostre crisi derivino da questo, è un po’ come un senso di colpa. 

Se potessi dare un consiglio ai giovani africani e afrodiscendenti che vivono in Italia e che hanno difficoltà nell’autodefinirsi quale sarebbe? 

Conoscere le proprie origini in maniera approfondita e sapere bene come difendersi e sentirsi liberi nel definire il proprio futuro. Abbiamo delle radici, ma non siamo alberi, ci possiamo muovere. 

Passiamo alla tua vita professionale…di cosa ti occupi? 

Dopo la laurea ho deciso di prendermi un anno sabatico, avevo alcuni progetti però poi ho deciso di seguire in maniera approfondita la politica, e dedicarmi ad altri progetti che non sarei riuscita a fare altrimenti. Ricopro per il momento il ruolo di coordinatrice di un’associazione in Emilia- Romagna che si chiama “Millenials” e scrivo per un blog “La politica del popolo” trattando argomenti che ruotano intorno alla politica africana ed inoltre, scrivo per il giornale del comune.

Le mie prospettive sono incentrare sulla politica e ho scelto un partito inusuale, Italia Viva. Non mi sono mai iscritta al Partito Democratico e a nessun altro partito. Italia Viva è il partito con i valori e le idee in cui più mi rispecchio. Non dobbiamo per forza stare tutti in un partito e non dobbiamo per forza avere tutti una certa visione del mondo. Spero che alcuni della nostra comunità afro-italiana lo capiscano.

Come pensi che appartenere ad una minoranza dia valore al tuo lavoro? 

Non penso che vedano il potenziale di essere di origine africana, l’Italia avrà sempre più bisogno di persone che abbiano reali connessioni con chi ha contatti con il continente africano perché sta emergendo sempre di più, considerando anche i rapporti che ci sono nell’Africa odierna con il resto del mondo. Ora che siamo pochi dobbiamo sfruttarli ed entrare in alcune posizioni. In qualsiasi ambito e bisogna sfruttare anche l’aspetto della “quota” in quegli spazi in cui non si vuole far vedere che si è razzisti e quindi far impiegare la propria immagine per raggiungere un obiettivo.

Il tuo lavoro ha un impatto sulla tua comunità di riferimento? 

Le cose che sto facendo ora le avrei fatte prima se la mia comunità congolese (n.d.r) mi avesse capita, ma in realtà mi vedevano come la ragazza che sognava troppo, e quindi ho intrapreso un percorso da sola. In ogni caso credo di avere un impatto visto che ci sono persone che mi scrivono anche per il poco che faccio.  È gratificante anche quando semplicemente faccio un video e ottengo 400 visualizzazioni, ma anche solo 3 hanno il coraggio di fare un commento positivo. Io continuerò a farlo anche per le 3 persone che hanno reagito e questo significa che c’è un impatto. 

Nel 2018 dopo aver presentato a Cécile Kyenge un progetto che avevo, lei mi ha proposto di lavorare. Ho lavorato a Bruxelles, in Parlamento Europeo nell’ intergruppo ARDI (Anti-racism and Diversity Intergroup) e dovevo occuparmi di Afrofobia. Insieme al coordinatore Alfiaz Vaiya, ho preso parte alla organizzazione della prima People of African Descent Week in un’istituzione Europea. La PAD Week è stata una settimana di incontro, confronto, tra diversi politici afro-europei e leader di associazione che si battono per i diritti degli afrodiscendenti. È stata un’esperienza che mi ha cambiato la vita e spinto a mettermi in gioco nel mondo della politica. Non ringrazierò mai abbastanza Cécile per avermi dato questa opportunità. 

Senti che aver scelto questo percorso ti allontani dai vari stereotipi che la gente ha?

Non penso e penso che non mi interessi nemmeno. Gli stereotipi ci sono e ci saranno sempre e noi li abbiamo sugli altri. Siamo nuovi sulla scena, è la nostra generazione che ha deciso di essere attiva e di impegnarsi. Come nuova generazione siamo molto più avanti, perché come seconda generazione siamo dentro partiti e siamo in buone posizioni ed in altri paesi sono nelle stesse posizioni ma dopo quanti anni? Per esempio, abbiamo avuto Cécile come primo Ministro nero della storia dell’Italia, abbiamo il primo senatore nero. E loro sono della prima generazione, non è un risultato da poco, di qualunque fazione essi siano.  Diversamente da altri, non condivido la narrativa dell’ Italia indietro rispetto ad altri paesi. 

Senti di essere un modello per le future generazioni e quali piattaforme utilizzi per diffondere il tuo operato? 

Non credo ancora di essere un modello perché sono agli inizi. Nonostante alcuni mi scrivano, sento di volerlo essere in futuro nell’ambito che ho scelto di stare quindi nella politica e spero di esserlo non solo qui in Italia, ma in maniera più globale. Non mi visiono in piccolo. Per ora utilizzo solo piattaforme online: Instagram, Facebook e Twitter e penso anche di proseguire organizzando incontri dal vivo, conferenze anche nel ruolo di speaker poichè mi piace parlare in pubblico e condividere idee. 

Perché la Rubrica #Africain5Minuti?

Ho da poco cominciato una rubrica che ho chiamato #AfricaIn5Minuti. La mia bibliotecaria mi diceva sempre “per zittire i razzisti, racconta della tua Terra”. E’ una cosa mi è sempre frullata nella mente. Raccontare l’Africa, la sua Storia, la politica dei vari paesi, è un modo per me di renderle servizio seppur lontana. Sappiamo bene come i media occidentali non riescano a parlare di quel continente in maniera obiettiva, senza pregiudizi, senza velato razzismo e altro. Quindi, sento anche il mio il compito di farla conoscere come deve essere conosciuta. 
Non mi piace parlare di razzismo, lo fanno già in tanti, penso che focalizzarsi solamente su questo aspetto sia limitante nell’entrare in alti spazi e ci allontana da altre questioni comunque centrali per gli afroitaliani e non solo. Se è vero che il razzismo viene dall’ignoranza, allora facciamoci conoscere. Se le persone conoscono, gli stereotipi e i pregiudizi si attenueranno. 
A volte basta anche solo questo. 
Fin da piccola questo è sempre stato il mio obiettivo non so come questa mia passione si tramuterà, ora lo faccio per puro piacere. Magari chi lo sa, diventerò professoressa di Storia e politica dell’Africa. Mi piacerebbe molto…

La prima storia della rubrica Brothers&Sisters ci permette di pensarci in grande anche in Italia, ci permette di comprendere che è possibile vivere in armonia nutrendo le mille sfaccettature della nostra identità..

Un commento Aggiungi il tuo

  1. Christabel Macauley ha detto:

    Complimenti per la prima storia della nuova rubrica. E’ molto interessante per me, in quanto donna nera,italiana di origine sierraleonese, sapere e leggere di chi ha avuto un trascorso simile al mio. Ciò che più’ mi ha colpita è come la consapevolezza e la curiosità hanno generato una grande passione in questa giovane donna; passione che l’ha portata a fare esattamente ciò che più le piace: studiare e parlare dell’Africa e allo stesso tempo muoversi nella politica italiana ed europea. Trovo molto affascinante vedere il potenziale che ognuna di noi rappresenta, e dalla lettura di questa esperienza capisco ancor di più che il primo passo per il raggiungimento dei propri sogni è la piena consapevolezza delle proprie origini e delle proprie passioni.

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