David Lawal

L’essenza della vita non è riuscire a realizzarsi secondo le aspettative della società, ma è incarnare i propri sogni…

Ecco la storia di David, uno scrittore e sognatore, che ha deciso di perseguire e concretizzare la sua passione…

Da dove viene la tua passione per la scrittura?

Da quando ero bambino, ho sempre amato la scrittura, ma è stato durante la terza media che ho scritto realmente su foglio per partecipare ad un concorso di poesia e mi sono classificato come terzo alla competizione…da quel giorno ho sempre scritto qualcosa, inizialmente sopratutto dei pensieri sulla mia infanzia. Ricordo di quando ero andato a fare la spesa con mio padre e vidi vicino alla cassa il Piccolo Principe, mi ha colpito perché tutti i bambini a scuola ne parlavano, ma io ancora non l’avevo letto e sono rimasto meravigliato, non subito, ma mi ero ripromesso di leggerlo…il caso volle che lo lessi all’età di 20 anni e poi cominciai a scrivere testi più lunghi, quindi andando oltre ai piccoli pensieri che scrivevo durante la mia adolescenza.

Quali erano le tematiche su cui ti concentravi di più?

Erano tutte legate alla mia infanzia, conoscendomi era più facile scrivere cose che i miei occhi avevano visto, invece che immaginare, strano poiché mi sono sempre piaciuti i gialli, ma non volevo fantasticare ed infatti a onor del vero il primo libro che ho scritto parla della mia infanzia, adolescenza ed età adulta. I primi scritti erano sulle aspettative della mia famiglia nei miei confronti, oppure sui pregiudizi che avevano gli altri verso i neri, e poi scrivevo di dubbi esistenziali che ho vissuto durante l’infanzia come quando vedevo che i miei compagni dopo la scuola venivano a prenderli i genitori ed i miei non facevano lo stesso. Penso che in tutto questo percorso la tipologia di scrittura che ho letto ed amato di più sia stata la poesia… 

Cosa significa la scrittura per te?

Prima di scrivere il primo libro, mi sono chiesto se la scrittura potesse diventare un mio impiego o restare un hobby, e credo che possa essere entrambi, perché lo fai con il cuore, scrivi e lasci una parte di te che servirà a qualcun altro in un futuro vicino, ciò che scrivi quindi parte sempre dal cuore e quindi un hobby, una passione, che si può trasformare in un impiego. E quando scrivo penso di trasmettere qualcosa di importante, anche se fosse piccolo, alla fine si riesce a trarre qualcosa che può essere utile a tutti. Ogni volta che scrivo per me inizia un sogno. Penso che i sogni siano vita e vanno curati, quindi se dovessi trascurare questo sogno non mi sentirei bene…pensa che mondo sarebbe se non sognassimo o se non avessimo la possibilità di realizzare i nostri sogni. È qualcosa che viene dal cuore e la mente ed è un sogno che quindi sto realizzando…

Di cosa parla il tuo libro?

Addentrandomi nella scrittura del mio primo libro, mi sono ricordato di mia nonna che mi diceva sempre di realizzare i miei sogni e da piccolo onestamente non capivo perché gli adulti insistessero su questo concetto. E lei mi diceva sempre “Finché il leone non imparerà a scrivere ognuno vedrà come vincitore il cacciatore” questo proprio per dire che noi neri abbiamo tantissima potenza, ma senza strategia non riusciremo mai a cogliere realmente le occasioni. Questo libro parte da questo pensiero e discorso di mia nonna perché ho capito che non imparando a vivere il mio sogno prima poi qualcuno lo avrebbe vissuto al posto mio.  Il libro parla di me, dalla mia infanzia a circa 7-8 anni, sono andato alla ricerca dei miei ricordi soprattutto tramite le fotografie. Racconto inoltre di come i genitori sbaglino a trasmettere in maniera eccessiva le loro esperienze di vita ai loro figli invece di insegnargli a costruire il proprio futuro. Il genitore spesso è portato a raccontare delle proprie imprese ed è più facile per un bambino dire “Mio padre è un geometra e anche io lo sarò” ma bisogna osare ed insegnare ai bambini a fantasticare anche in grande sulle proprie sorti. Dal V capitolo parlo della mia adolescenza e di tutti i pregiudizi, è più facile per un nero stare dietro le quinte invece che in primo piano… Mi ricordo di mio padre che mi chiedeva perché andassi a nuotare. Lui mi bloccava, bloccava un bambino parlando del rischio della morte…alla fine con queste paure arrivi a 20 anni che non sai fare delle cose piccole e utili nella vita. E’ come se una volta catapultato nella vita degli adulti ti rendessi conto della realtà della vita comune e così ti ritrovi a costruire un nuovo mondo, riparti da zero… Tre aspetti quindi cerco di ripercorrere: la mia infanzia, adolescenza ed i preconcetti degli adulti nella vita in cui immaginavo che essa fosse altro.

Qual è il tuo legame con l’Italia?

Il mio legame con l’Italia è molto positivo perché sono cresciuto con persone gentilissime e nonostante io sia nato qui non è un foglio di carta a definire la mia nazionalità io mi sentirò anche sempre ghanese per esempio, e dunque anche essendo legato al paese dove sono nato non scorderò mai le mie origini… Ci sono state delle difficoltà, però la vita mi ha insegnato che ci vuole pazienza per costruirsi, per includersi, leggere, imparare a capirsi…ho anche capito come funziona un processo di inclusione a differenza dei miei genitori che magari non si sono integrati del tutto. 

Qual è la tua percezione del futuro in Italia?

Viviamo in un paese che è in crisi da diversi anni, ci sono diversi problemi non solo a livello politico, ma anche sociale, il mondo lavorativo…quando si pensa alla componente degli studi ci sono delle preoccupazioni nel valutare se sia il caso di continuare a studiare avendo anche paura poi di non trovare un’occupazione adeguata e c’è una fuga di cervelli assurda…poi c’è anche il problema della crescita demografica, meno matrimoni, meno figli e tanti divorzi. 

C’è la visione di un futuro incerto. 

Io spero di diventare uno scrittore bravo e di crescere, il futuro si crea piano piano.

Per ora vedo qualcosa di molto difficile, ma non impossibile e credo in un cambiamento reale ci sono persone che stanno già realizzando un futuro positivo, bisogna avere forza e non abbattersi perché tutto sta dentro di noi, penso che con la forza e la buona volontà possano veramente portarci verso ciò che vogliamo 

Discriminazioni in Italia?

Quando ero piccolo, aneddoto che racconto anche nel libro, chiesi a mio padre e mio zio “Fa più male sentirsi chiamare negri o stupidi?” Mi risposero che faceva più male essere chiamati negri, e invece io da grande ho capito che fa più paura e tocca di più quando insultano la tua dignità quando ti denigrano da altri punti di vista… Il significato di negro, ovvero schiavo, realtà che non abbiamo vissuto neanche in minima parte ci costringe a non farci carico di quel significato, va bene sentire qualcosa, perché vuol dire che teniamo alla storia, ma non dobbiamo sentirci questo peso…per me vale la pena spiegare alle persone e capire che non sanno neanche cosa sia un negro…e di quanto quel insulto sia inutile…  Le discriminazioni, nella mia visione, non spariranno mai, ma ci saranno tanti elementi che aiuteranno a cambiare determinate situazioni…come le coppie miste e tanto altro… 

Come vedi il futuro dei tuoi figli in Italia?

I miei hanno fatto un tipo di integrazione, io ho fatto un altro percorso e non vorrei questa ambivalenza per i miei figli…vorrei per loro una vita piena di meritocrazia, quindi riconosciuti per ciò che sanno realmente fare e non per sembianze diverse o altro…  Il futuro è incerto ma ci vuole più riconoscimento, se i nostri figli saranno bravi e noi gli insegneremo a sognare, sapranno essere creativi e in grado di creare il futuro con le loro mani.  

Presentati…

Ho 28 anni, vivo in Italia da quando sono nato, ho origini ghanesi, i miei sono immigrati in Italia 37 anni fa, lavoro nel settore caseario. Al di là di questo faccio anche l’istruttore di rugby, quindi nel mondo dello sport e ora ho trasformato il mio piccolo hobby in un sogno, e ho scritto Saint Tropez, il suo sottotitolo è “I sogni son vita” proprio perché realizzare i propri sogni significa vivere veramente…mi piace viaggiare e scoprire soprattutto tantissime località italiane, mi piace capire i posti, le persone, il cibo e capire la storia… 

Qual è l’impatto sui genitori dei bambini che alleni? 

Ho cominciato questa attività 9 anni fa e allenavo ragazzi piccoli, ora invece grandi e il rapporto con i genitori e gli atleti è diverso. All’inizio ero solo un ragazzo, avevo 17 anni, i genitori facevano fatica ad affidarmi i loro bambini, mi osservavano negli spogliatoi e in campo e hanno fatto così per due settimane, ma poi succede che i bambini hanno fiducia, qualcosa che noi adulti non abbiamo. I bambini una volta tornati a casa non vedevano l’ora di tornare alle lezioni di rugby c’era un legame fra me e i bambini che hanno un’anima pura e non pensano niente anche se sei nero…Mi rendo conto che ci sono delle strutture anche linguistiche che andrebbero abolite come “Se fai il cattivo l’uomo nero ti sgrida” loro vedranno in tutti gli uomini neri il male…Il primo anno è stato molto difficile, poi hanno capito che ero affidabile i bambini si divertivano e poi è cominciato un legame più fluido…

Clicca qui per leggere le altre storie della Rubrica Brothers&Sisters

Un commento Aggiungi il tuo

  1. Giulia Gelormini ha detto:

    Bellissimo articolo
    Passa nel mio blog se ti va

    "Mi piace"

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